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by MADYUR

venerdì 20 novembre 2009

GIOVANNI CUCCHI, PADRE DI STEFANO, HA MOLTI RIMPIANTI PER LA MORTE DEL FIGLIO

“Continuo a pensare di aver fatto la cosa giusta a denunciare la droga che ho trovato. E penso che lo avrei fatto anche se mio figlio fosse ancora vivo”.

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Giovanni Cucchi si interrompe un attimo. Accosta alle sue spalle la porta di quella che nelle cronache di queste settimane è stata la stanza di Stefano , ma che in realtà apparteneva solo al suo passato. Nella stanza dove, all’1.30 della notte tra il 15 e il 16 ottobre , dopo l’arresto , cinque carabinieri della compagnia Appio rimasero per una ventina di minuti. Il tempo di rovistare in un armadio a due ante , in una vetrinetta con le coppe vinte da ragazzino nei tornei di quartiere , in una libreria stipata di vecchi lp in vinile sui cui è appoggiato uno stereo Hitachi.

Una stanza da adolescente , piena di ricordi , come quelli per la Lazio. Dove i Carabinieri vollero credere che Stefano vivesse ancora , come risultava all’anagrafe. Accontentandosi di non trovare ciò che il padre , Giovanni, avrebbe scoperto nascosto altrove.

In un villino a Morena, fuori Roma “Quella casa avevamo cominciata a preparagliela e arredargliela già nei primi anni in cui era stato in comunità , tra il 2005 e il 2007 . Era la nuova vita che lo aspettava. Poi, nei primi sei mesi del 2008, ebbe una ricaduta , frequentò per un po’ le pre – comunità di San Patrignano in via del velodromo. E quando finalmente tornò a stare bene , andò a Morena. Dove io sono tornato il 6 novembre”

“Pioveva a dirotto e dissi a mia moglie che dovevamo deciderci ad andare . Anche per controllare che in casa non fossero rimaste delle finestre aperte. La stanza letto di Stefano era in disordine e cominciammo a mettere a posto i vestiti. Finché non aprii quegli armadi”. In un sacchetto di carta Giovanni trova un mattoncino sigillato con stagnola e pellicola trasparente e un salvadanaio a forma di scrigno. “Non aprii né l’uno e né l’altro , ma mi sentii morire. Ma capii immediatamente. Parlammo con i nostri avvocati Anselmo e Piccioni . Che avvisarono il pubblico ministero. Tornai con la Squadra mobile a Morena. E seppi che quella roba erano un chilo di hashish e oltre un etto di cocaina . E’ stato tremendo. Tremendo”.

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“Non ci eravamo accorti che ci era ricaduto. Anche perché stava finalmente bene. Lo diceva anche sua madre. E lo sguardo di una madre , si sa, guarda dentro il cuore di un figlio. Stefano lavorava. La sera veniva quasi sempre a cena da noi. Avevamo deciso di regalargli una macchina che non ha fatto a ritirare. Le rate le avevo messe a mio nome , anche perché i soldi nelle mani di Stefano non ne vedevo girare”.

L’hashish e la coca spiegano possono spiegare perché Stefano ha rifiutato il ricovero , sia il 15 che il giorno successivo. “Quando bussarono i Carabinieri , Stefano era tranquillissimo. Cercò di calmare sua madre. I carabinieri furono cortesi. Stefano entrò libero e loro perquisirono solo quella stanza , per non aumentare la nostra agitazione. Rimasero neanche mezz’ora e solo allora misero le manette a Stefano. Ricordo che uno dei militari in borghese mi rassicurò dicendo che la perquisizione era negativa e di non preoccuparmi perché era sicuro che Stefano sarebbe tornato a casa il giorno dopo”.

Stefano ha bisogno solo di tornare a casa a Morena e far sparire la roba che lo condannerebbe a una lunga carcerazione. Per non confessare ai suoi genitori che è vicino al baratro, per non giustificarsi allo spacciatore che gliel’ha venduta. Anche per questo all’udienza, anche se è stato già picchiato, tace con il padre. Vuole uscire presto, tiene il suo segreto.

Giovanni scuote la testa “Non so quali pensieri abbiano attraversato la testa di Stefano in quei momenti. So che avrei voluto aiutarlo. E che l’avrei aiutato qualunque fosse stato il prezzo che avesse dovuto pagare con la giustizia. La disumanità di chi gli è stato accanto non me l’ha consentito. E per questo non smetterò di chiedere verità”

1 commenti:

  1. Stefano Cucchi e la sua famiglia sono vittime del proibizionismo e della legge Fini/Giovanardi sulle droghe che reprime le persone che sono dipendenti da una sostanza.

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